Lo avevo voluto così: stravagante e sensibile, coraggioso ma prudente, sicuro ma con molti dubbi, realista ma con una forte e innata vena artistica e poi… con una giusta faccia da canaglia che però maledettamente piaceva.
Johnny Boy, così lo chiamavano gli amici, sapeva il fatto suo e, a differenza mia, aveva girato il mondo in lungo e in largo. Quando era ancora adolescente, io lo osservavo spesso, senza però mai interferire nelle sue personali scelte; mi piaceva dialogare con lui, cercavo di capire cosa gli interessasse di più, da cosa fosse attratto, cercavo di “intuire” quale sarebbe stato il cammino che avrebbe intrapreso, ma… non era facile! Finita la scuola d’arte superiore aveva compiuto brillantemente studi di informatica per web-designer e frequentato diversi stage sulla grafica pubblicitaria applicata.
Mio figlio Johnny, messosi da parte una discreta cifra guadagnata con una borsa di studio e con il frutto di alcuni lavori a cui si era dedicato, in giovane età partì per un lungo viaggio negli Stati Uniti d’America. Destinazione: New York, "la grande mela”, la città che negli anni sessanta si divideva con Londra la mecca dell’arte mondiale ma che ancora esercitava un particolare fascino. La pittura, la musica, il cinema, la multimedialità erano tutte forme d’arte che lo attraevano fin da quando era adolescente. “Esprimersi attraverso l’arte è il modo più congeniale per comunicare emozioni, idee e magari formulare proposte originali”: una frase che Johnny Boy di tanto in tanto andava ripetendo e che io ebbi modo di sentire in più occasioni e in diversi periodi della nostra storia.
Fu proprio per questo motivo, che decise di affrontare diversi viaggi e New York, città cosmopolita per eccellenza, era il luogo che lo attraeva di più. Il contatto con persone di nazionalità o etnie diverse ridistribuite nei grandi agglomerati urbani lo incuriosiva molto. In una sola città, moltissime culture, tradizioni e usanze mettevano immediatamente in risalto l’importanza delle diversità.
Tra i molteplici interessi che aveva, gli piaceva ricercare oggetti rari, per poi poterli ridisegnare. “Gli oggetti vanno aperti, sezionati, scomposti e ricomposti, solo così si può capire come sono fatti, se sono utili e se veramente ci possono servire’’- diceva il ragazzo. Sì, diciamo che era molto curioso.
Fu un giorno di una calda primavera che, attratto da uno strano manichino esposto in una vetrina, Johnny Boy entrò in un tipico “Megastore” americano: il Big One. Era ubicato in un lussuoso edificio della Quinta strada newyorkese, famoso viale che corre lungo Central Park, il sopravvissuto polmone verde della città. Al piano terra un imponente controllo di sicurezza vigilava attentamente l’ingresso del pubblico. L’11 settembre 2001, ormai passato da oltre un decennio, aveva comunque generato in quasi tutti gli americani una giustificata diffidenza. L’enorme locale era infatti situato sui tre piani sottostanti allo Yota
Life Center, il più famoso e avanzato centro benessere dell’intera metropoli. All’interno del grande magazzino, svariate merci accuratamente collocate nei rispettivi espositori attiravano moltissimi visitatori. Enormi dadi formati da sei display variabili, cravatte composte da nano-particelle a colore mutabile, scarpe con sensori antiscivolo, ma anche occhiali per visione reale aumentata, stampanti tridimensionali, e-book di ogni marca, droni con multi-telecamere applicate e molti altri interessanti oggetti destavano un grande interesse ma… Johnny Boy era prodigiosamente attratto proprio da quel particolare manichino che era esposto in vetrina. La musica in sottofondo diffusa dagli altoparlanti del locale trasmetteva ‘Doom and Gloom’, l’ultimo disco della celebre coppia Jagger-Richards, un motivo in più per trattenersi ulteriormente nei lunghi corridoi che portavano ai reparti. I led luminosi degli orologi digitali segnavano le tre del pomeriggio. “Potrei vedere quel manichino che avete esposto in vetrina?”- chiese gentilmente Johnny Boy rivolgendosi alla commessa. “Certo, glielo prendo subito!”- rispose, mentre dall’altra parte del banco uscì l’addetto alle vendite che lo accompagnò nel reparto automi. Passarono alcuni minuti e il ragazzo era curioso di vedere bene e da vicino quel manichino, ma dopo una breve attesa l’addetto alle vendite tornò a mani vuote. “Mi dispiace ”- disse -“abbiamo terminato l’ultimo esemplare ma, se vuole, Le vado a prendere quello che abbiamo esposto.” “Va bene” - rispose - “ va bene, aspetto”, ma pochi istanti dopo la commessa intervenne nuovamente e avvertì che l’esemplare della vetrina era già stato prenotato da un altro cliente. Rammaricato ma incuriosito dal fortunato acquirente, un po’ titubante, Johnny Boy si permise di chiedere chi fosse. La commessa, disponibile ad accontentarlo, visto il suo bell’aspetto, senza parlare ma con un gesto eloquente, indicò verso la porta d’uscita: vide una giovane donna che proprio in quell’istante stava uscendo dal negozio. La ragazza con grandi occhiali da sole, indossava jeans aderenti, scarpe Timberland e una elegante t-shirt di colore nero, la quale aveva sul retro delle maniche alcune stelline argentate.
Incuriosito ma imbarazzato, il ragazzo non ebbe il coraggio di chiedere al personale del negozio chi fosse quella signorina: se era una cliente abituale o meno, se e quando avrebbe ritirato quell’ultimo manichino che avrebbe tanto voluto acquistare lui. Dopo una breve esitazione, uscì velocemente dal negozio per vedere dove andasse quella donna. Fu fortunato, perché quell’attraente ragazza si era fermata a parlare con una sua probabile conoscente che aveva appena incontrato. Con l’occasione si avvicinò e notò che sulla maglietta portava stampata una scritta bianca: “IF YOU WANT”. “Sì, vorrei, eccome se vorrei!”- pensò, ma non sapeva come fare per chiederle, senza importunarla, come mai aveva acquistato proprio quel manichino. La sua titubanza non durò a lungo e nemmeno fu premiata, poiché mentre stava ancora chiedendosi come fare, la ragazza salì velocemente su un taxi e scomparve nel caotico traffico metropolitano. “Peccato!” - esclamò tra sé - “non saprò mai il vero motivo per cui quella ragazza aveva comprato il manichino da me tanto desiderato.
Dopo alcune settimane di permanenza a New York, Johnny Boy venne casualmente a conoscenza del fatto che il prestigioso Lerning Job Institute organizzava un interessante corso di aggiornamento avanzato per web-designer; la prospettiva di poter partecipare a quel corso lo stuzzicò notevolmente, poiché riteneva utile misurare le sue conoscenze in questo settore: per lui era una sorta di test e questo lo attirò molto, tanto che decise di fermarsi in città per un certo periodo. Per questo motivo pensò di affittare un piccolo appartamento arredato e situato al settimo piano di un antico palazzo in località Queens, a circa cinquanta minuti di metropolitana da Manhattan. Seicento dollari al mese, una cifra abbordabile visti i costi dello standard newyorkese, soprattutto perché l’appartamento era vicinissimo alla prima stazione della metropolitana.
Nell’antico palazzo erano ubicati diversi uffici delle più svariate tipologie aziendali, agenzie educative e alcuni studi notarili. All’ottavo piano, proprio sopra il suo appartamento, vi era anche la sede di una importante radio privata che diffondeva programmi per italo-americani. Sebbene la stazione radio fosse accuratamente isolata da grossi pannelli fonoassorbenti, di tanto in tanto da lì provenivano strani rumori e un discreto viavai di persone che incuriosivano e a volte infastidivano l’intero condominio.
Nel bel mezzo di una notte, Johnny Boy alzò gli occhi verso il soffitto chiedendosi cosa stesse succedendo al piano di sopra. Un botto improvviso lo aveva svegliato di soprassalto. Johnny era stanco, aveva passato una giornata molto impegnativa. Erano le tre di notte, il sonno gli suggeriva di continuare a dormire, ma non appena richiuse gli occhi, un nuovo botto seguito da un ovattato applauso lo svegliarono definitivamente. Incuriosito, drizzò le orecchie mentre sulla fronte si formarono le tipiche rughe di chi intende indagare.“Che cavolo succede?” - pensò mentre con aria scocciata si alzava dal letto per cercare di capire cosa stessero combinando quelli della radio. Si accostò all’uscio di casa e dallo spioncino vide illuminarsi il pianerottolo che portava al piano superiore. Ulteriormente incuriosito, ma anche un po’ arrabbiato, infilò in fretta jeans e maglietta e salì velocemente la rampa di scale per chiedere adeguate spiegazioni, data la tardissima ora. Accostò l’orecchio alla porta e, dopo una breve esitazione, suonò il campanello. All’interno dei locali dell’emittente radiofonica, come di consueto, una luce verde segnalava l’arrivo di qualcuno. Sul pianerottolo Johnny Boy, un po’ seccato, attendeva impaziente. All’improvviso la porta si aprì. “Benvenuto, non so chi sei… ma dato che hai suonato a questa porta, ti invito ad unirti a noi”- furono le parole pronunciate da Thomas Moore, un ragazzo poco più che trentenne un po’brillo e dall’aspetto più che vissuto. Completamente esterrefatto , ma piacevolmente sorpreso da quell’ inaspettato invito, Johnny perse quella lieve collera che lo aveva indotto a protestare. “Sono l’inquilino del piano di sotto” - rispose ancora perplesso. “Ti prego,” - ribatté Thomas - “entra e scusa se ti abbiamo svegliato, ma oggi è il compleanno della nostra radio. Sì, Radio Power Seven compie oggi dieci anni. Entra e festeggia con noi”. Ormai completamente sveglio dal torpore del sonno, Johnny Boy fissò negli occhi Thomas e, con un sorriso compiaciuto, accettò l’invito. “Ok, grazie! Piacere di conoscerti, il mio nome è Johnny”. Attraversato il corridoio che conduceva alle sale di registrazione, Thomas lo invitò ad entrare nella sala dove erano riuniti amici e componenti dell’intero staff radiofonico. Johnny alzò il braccio e, divaricando l’indice e il dito medio della mano destra, entrò. Con un cenno salutò tutti i presenti, mentre Thomas gli offrì gentilmente un fresco spumante italiano. Johnny accostò lentamente il bicchiere alle labbra, fece un breve sorso ed annuendo esclamò: “Squisito, fresco… ottimo con un retrogusto tipicamente mediterraneo! con questo caldo è l’ideale! Allora, auguri per il vostro compleanno!” “ Sento che non sei americano e che qualcosa ci accomuna” - disse Thomas - “alcuni di noi sono nati qui in America, ma sono figli di italiani. Marco invece è arrivato direttamente dall’Italia circa sei anni fa e, ci preme dirlo, è l’ideatore del programma Fox Memory, forse il più seguito di tutte le emittenti radiofoniche newyorkesi. Johnny Boy salutò uno ad uno tutti i componenti dello staff : Michael, Sonny, Lydia, George, John, Raffael, Monika, Tatiano e Patty, la più giovane dell’intera equipe. Tutti furono molto accoglienti e gentili. Johnny rimase con loro ancora alcune decine di minuti e poi, stanco ma soddisfatto da quel casuale invito, se ne tornò nel suo appartamento. Ritornato a letto, non riprese subito a dormire, ma rivisse ancora quel clima di euforia, mentre nella sua mente scorrevano i volti di tutti i componenti della radio. “Che buffo!”- pensò - “scoprire con un botto di abitare proprio sotto ad un gruppo di connazionali, dall’altra parte del mondo e senza saperlo! Mah! Casi della vita”!
Alcuni giorni dopo, mentre Johnny Boy era in attesa dell’ascensore per risalire in casa, incontrò casualmente Sonny, quello della radio, il quale, dopo un amichevole: “Ciao! Chi si rivede! Il nostro co-inquilino!” e un simpatico scambio di battute, lo invitò a salire in redazione per bere qualcosa insieme. Fatta conoscenza, i due parlarono a lungo dei loro progetti, delle loro aspettative e in generale di quanto accadeva nella “grande mela.” Sonny gli mostrò la vasta discoteca della stazione radio: pregiatissimi dischi in vinile, centinaia di cd, innumerevoli riviste musicali specializzate furono in gran parte oggetto della loro discussione. E, cosa più importante, i due scoprirono di avere qualcosa in comune: ambedue suonavano lo stesso strumento: la chitarra! L’elemento musicale favorì, nel tempo, la loro conoscenza e fu l’inizio di una sincera amicizia. Sonny era un ottimo chitarrista, nonché componente di un gruppo rock newyorkese che di tanto in tanto si esibiva nei pub della metropoli. “Tra due settimane teniamo un concerto al Downtown Pub a due passi da Little Italy, ti va di venire?” - disse Sonny. “Certo, volentieri” - rispose il ragazzo - “giusto il tempo per organizzarmi e ci sarò, promesso!” Il concerto degli Small Cats, il gruppo di Sonny, fu davvero eccezionale. Dotati di un vasto repertorio, grande affiatamento e indiscusse doti tecniche individuali, la rock-band intratteneva sapientemente la fauna notturna dell’affollato locale. Ragazzi e ragazze si muovevano freneticamente all’incalzante ritmo dei bravi musicisti. Sonny suonava una Fender Stratocaster hot rod 57 alternandola ad una Gibson Les Paul Deluxe. Il suono magico delle chitarre catturava l’attenzione dei clienti più esigenti. Johnny, piacevolmente sorpreso dalla bravura del gruppo, rimase ad apprezzarli per l’intera durata del concerto. L’evento musicale gli piacque molto, cosicché volle chiedere a Sonny di tenerlo al corrente sulle future date dei concerti in cui gli Small Cats si sarebbero esibiti. “Ok, ti terrò informato” - rispose Sonny - “magari se mi dai il tuo indirizzo mail.” “Perfetto! Eccolo!” disse Johnny Boy, allungandogli un bigliettino di recapito. “Ah, che genio quel Ray Tomlinson! Grazie all’inventore della posta elettronica!” - fu il ricordo delle prime nozioni di informatica ai tempi della scuola.
Passarono ancora alcune settimane. Johnny Boy continuava a frequentare con molto interesse il corso informatico e, nel tempo libero, riusciva anche a trovare gli spazi per visitare i più importati musei d’arte della città. Il MoMa, il Metropolitan Museum, il Cooper Design Museum e il Guggenheim erano luoghi in cui, a volte, trascorreva interi pomeriggi. Gli piaceva contemplare i più importanti capolavori dell’arte moderna e contemporanea. Dalì, Picasso, De Chirico ma anche Warhol e Jasper Jones erano gli autori che maggiormente lo incuriosivano e sulle cui opere cercava di darsi delle risposte. Johnny Boy era infatti abituato ad osservare le opere d’arte secondo particolari modalità analitiche: la prima regola era sapere che un’opera d’arte non dà risposte ma pone delle domande! Durante una visita al museo MoMa, davanti al celeberrimo dipinto “Les Demoiselles d’Avignon”, il ragazzo si soffermò a lungo. Il quadro cubista per eccellenza lo aveva ipnotizzato fin quasi a sfiorare la sindrome di Stendhal. Sebbene lo avesse già visto fotografato su libri e riviste specializzate decine di volte, la visione dell’opera dal “vivo”, cioè a grandezza naturale, lo affascinò ulteriormente rivelandogli nuove ed inaspettate sensazioni. Sembrava che le cinque figure del dipinto si muovessero, un inspiegabile vento soffiava dolcemente, qualcosa di irreale sembrava stesse per accadere. Johnny Boy incuriosito da alcuni particolari del quadro volle prendere degli appunti per poi poterli approfondire in seguito. Aprì lo zainetto e frugando cercò carta e penna.“Accidenti, non funziona!”- esclamò, la penna completamente scarica lo innervosì. L’inchiostro era terminato. Allora gli venne in mente di adoperare l’inseparabile Tablet. Prese l’apparecchio e ancora prima di attivare l’accensione del display vide sullo schermo una figura riflessa: una elegante maglietta nera brillantinata che portava la scritta bianca “ IF YOU WANT”. Assai meravigliato, il giovane non capì subito bene, ma intuì che quell’immagine riflessa apparteneva ad una persona che era dietro le sue spalle. Si girò lentamente e, ruotando il capo verso il lato opposto della sala, intravide tra gli altri visitatori la ragazza del manichino. Sì, era proprio lei, che strana combinazione! Johnny Boy le si avvicinò fingendo di essere interessato alla stessa opera che in quel momento la misteriosa ragazza stava osservando. Un profilo ben distribuito sull’intera figura lo incuriosì ulteriormente. La osservò attentamente: il corpo longilineo, i dolci lineamenti, il bel colore dei capelli, gli occhi, le labbra, lo sguardo attento e deciso corrispondevano ad un magnifico esemplare della figura femminile. “Splendida!”- fu l’affermazione che gli balzò alla mente. La ragazza, completamente ignara di chi le stesse accanto, continuava ad osservare con religiosa devozione una celeberrima opera del padre della metafisica: “Ettore e Andromaca”. Era un’ opera di Giorgio De Chirico proveniente da una raccolta privata milanese e prestata temporaneamente al MoMa, era quindi una rara occasione per poterla visionare dal vero. “Ma… come mai quella ragazza continuava ad osservare quel quadro? Da cosa era attratta?” Johnny Boy iniziò a porsi alcune domande. L’opera raffigurava due manichini, abbracciati e in posa perenne. La mitologia greca racconta infatti che Andromaca fu rapita per essere data in sposa ad Ettore di cui ben presto si innamorò perdutamente. I manichini poi erano senza volto, dunque chiunque avrebbe potuto immedesimarsi in quelle due figure! Quale ricordo poteva evocare? E ancora, quale riflesso psicologico ne poteva scaturire? Perché quell’attrazione per il manichino? I visitatori del museo, avvolti in un leggero brusìo, continuavano lentamente a muoversi nelle sale espositive. Chi si fermava ad osservare attentamente, altri camminavano piano senza fermarsi, altri ancora continuavano ad affluire negli spazi del museo. Johnny Boy si girò per osservare altre opere. Con un finto disinteresse, cercava di non destare sospetti, ma, quando ritornò davanti al quadro dechirichiano, la misteriosa ragazza non c’era più. Si voltò velocemente a destra e a manca, guardò nelle sale lì accanto ma non la vide più, sparita! Sembrava si fosse misteriosamente volatilizzata. Dispiaciuto e un po’ deluso per aver di nuovo perso l’occasione di conoscerla o almeno contattarla, si avviò velocemente verso l’uscita. Girò a destra curiosando tra le vetrine del MoMa-book store, la libreria situata proprio accanto all’uscita. Sperava fosse entrata lì… ma niente! Nessuna traccia! Rassegnato si incamminò lentamente verso la cinquantatreesima strada. Il metrò in direzione Times Square sarebbe arrivato di lì a poco e optò per quella piazza. Il treno era affollato, il brusìo dei passeggeri però non riuscì a distogliere il suo pensiero che era ancora preso dall’immagine dello splendido viso di quella misteriosa ragazza. Quello che maggiormente lo incuriosiva era la strana coincidenza e il modo in cui la ragazza appariva e poi, come se si trattasse di un sogno, svaniva nel nulla. Una strana coincidenza che si ripeteva per la seconda volta.
Times Square, cuore pulsante e luogo di incontro per molti newyorkesi, era come sempre animata da un attraente caos. Gli enormi cartelloni pubblicitari digitali illuminavano prepotentemente la piazza tanto da rendere difficile la distinzione tra le ore diurne e quelle notturne. Il metrò arrivò veloce e Johnny Boy, risalito in superficie, si incamminò lentamente addentrandosi nella grande giungla di cemento. Capannelli di persone di ogni età animavano la grande piazza, mentre altre ancora si muovevano freneticamente in tutte le direzioni. Un immenso caleidoscopio vivente pulsava freneticamente. Il giovane osservò con attenzione le decine e decine di scritte luminose poste in ogni direzione: in alto, in basso ed ad ogni lato degli enormi grattacieli. Tra le tante scritte e loghi di ogni genere, notò sopra un portone d’ingresso nero, una strana e particolare insegna luminosa. Essa infatti non aveva una scritta ben precisa ma solo un grande punto interrogativo. Johnny incuriosito si avvicinò e, attratto dall’inusuale logo, entrò. Un ampio atrio si presentò davanti ai suoi occhi. Il pavimento a forma di scacchiera rendeva ancora più enigmatico il misterioso locale. Enormi statue a grandezza d’uomo erano posizionate qua e là su alcuni riquadri bianchi e neri. Al centro della grande parete frontale era appesa una gigantesca testa di lupo. Nella parete accanto tre porte, con altrettante targhe, indicavano tre rispettive scritte: “Passato, Presente, Futuro.” Stupito ed incuriosito osservò ogni particolare dello strano arredamento. Un leggero ticchettìo di un orologio, posizionato sulla parete opposta, segnava le ore diciotto. Ad un tratto gli occhi della grande testa di lupo iniziarono lentamente a lampeggiare, un sensore aveva probabilmente segnalato la presenza di qualcuno e dato avvio ad una misteriosa voce: “Il giuoco degli scacchi non è un ozioso passatempo importato dal vecchio continente, ma un affascinante paradigma della vita. Molte e importantissime qualità della mente, che sono utili nel corso della vita umana, s’acquistano o si rafforzano mediante questo giuoco, cosicché diventano abitudini pronte ad ogni occasione. La vita è una specie di partita a scacchi in cui abbiamo spesso dei punti da guadagnare e dei competitori o avversari con cui contendere. É una varietà di buoni o cattivi eventi, i quali sono, entro certi limiti, effetti della prudenza o della mancanza della medesima. Qui è rappresentato il mondo, i pezzi sono i fenomeni dell’universo, le regole del gioco sono le leggi della natura. Il volto del giocatore ci è nascosto e non sappiamo quali siano le sue mosse. Ascoltami bene: vuoi giocare con me?” “E chi sarebbe il mio avversario?”- domandò a sua volta Johnny Boy. Un improvviso silenzio assordante aleggiò sulla grande scacchiera. Nessuna risposta. Della misteriosa voce nessun cenno. Johnny Boy non capì bene cosa stesse avvenendo, se quella voce esisteva davvero o se la aveva semplicemente immaginata. Forse era l’effetto del suo subconscio. Qualcosa gli suggeriva di agire istintivamente, di andarsene. “Mi dispiace”- disse -“sarà per un’altra volta, non sono pronto e poi… solitamente non gioco mai con chi non conosco”. Uscì velocemente da quell’ inquietante luogo e si avviò verso la metropolitana. Passarono pochi minuti, quando un improvviso boato mise a soqquadro Times Square. “Un attentato, un attentato!” - gridarono alcuni passanti spaventati, indicando proprio il luogo dal quale il ragazzo era appena uscito. Qualcuno aveva fatto esplodere un ordigno! Johnny Boy si girò impallidendo e suo malgrado constatò l’enorme rischio dal quale era stato tempestivamente ed inspiegabilmente allontanato. Lo straordinario evento lo lasciò esterrefatto.“Se mi fossi fermato a giocare, mi sarei giocato la vita” - pensò immediatamente. “Lo so, il gioco non fa per me.” Il tempo di metabolizzare l’inconsueto evento lo portò a meditare a lungo e a mettere in moto le sue dinamiche mentali. In passato, per evitare disequilibri cellulari, aveva frequentato diversi corsi di Yoga e Training autogeno. La meditazione lo aveva preparato all’autocontrollo emozionale e un istinto naturale lo guidava inspiegabilmente nelle sue provvidenziali azioni.
Le intense giornate passate nella ‘grande mela’, tra studio e visite ai musei, lo stancavano notevolmente, cosicché capitava anche la serata in cui desiderasse rimanere a casa per un salutare riposo. Eh sì, ogni tanto un po’ di “standby” era necessario, anzi, quasi terapeutico. Casa dolce casa! - andava ripetendosi. Era un nostalgico ricordo che a volte, di tanto in tanto, malinconicamente riaffiorava. Un comodo divano, una tazza di tè, un po’ di tv, un buon libro e uno sguardo al PC, a quel punto solo per dovere, erano un rituale rilassante. Aperta la posta, come di consuetudine, tra gli innumerevoli messaggi, uno era di Sonny, il chitarrista della radio. “Prossimo concerto degli Small Cats: domani, alle ore 22.00 al Dakota Club in 13ª strada, ti aspetto. Non mancare, ciao Sonny !”
Il Dakota Club era un locale tipicamente attrezzato per ospitare eventi musicali. Una piattaforma leggermente rialzata favoriva un’ottima visuale. Le pareti adeguatamente allestite con sofisticati pannelli fono-assorbenti rendevano l’acustica pressoché perfetta. Nella parete a fianco al bancone del bar erano esposte decine di manifesti dei gruppi che si erano esibiti nell’antico club. Nomi importanti balzavano immediatamente all’occhio:
Vanilla Fudge, Grand Funk Railroad, the Byrds, Ramones, Pearl Jam, Sonic Youth! “Non male! La testimonianza di un glorioso passato transitato anche di qui”- pensò Johnny Boy. Il locale andava via via riempiendosi e il ragazzo prese subito posto ad un tavolo centrale ordinando un drink. Alle 22.00 gli Small Cats attaccarono a suonare. La musica incalzante coinvolgeva il pubblico entusiasta. La serata calda ed elettrizzante invitava i clienti a dissetare le loro gole. I camerieri servivano ripetutamente drink ad ogni tavolo. Il gruppo, in perfetta forma e all’altezza del prestigioso locale, catturò subito l’attenzione anche dei clienti più esigenti. Sonny iniziò un magistrale assolo ricevendo meritati applausi. Anche Johnny Boy applaudì e Sonny, accortosi della sua presenza, con un cenno lo salutò. Johnny alzò il braccio per contraccambiare il saluto, quando all’improvviso un liquido gli si rovesciò sulla camicia. “Ma che cavolo, che succede?!” - sbottò seccato girando di scatto la testa verso un incauto cliente che involontariamente gli aveva versato addosso metà del suo drink. “Oh… scusa, scusa non l’ho fatto apposta, mi dispiace davvero” - rispose imbarazzata una ragazza, che gli stava passando accanto - “ti chiedo scusa, ma non so proprio come ho fatto…!”. Johnny Boy alzò gli occhi e, vero ma da non credere, quell’incauta cliente era la bella e misteriosa ragazza del manichino. Incredibile! Per nulla infastidito e completamente esterrefatto, Johnny rimase incredulo ai suoi occhi. “Scusa ancora, vorrei rimediare.” - continuò la ragazza - “cercavo un posto per sedermi, mi sono distratta e sono inciampata su quel dannato gradino!” “Non importa, può capitare a tutti, ma… se cercavi un posto, siediti pure, qui c’è un posto libero.” La ragazza, colta di sorpresa, lo guardò bene in faccia e, dopo un istante di esitazione, accettò l’invito. “Grazie, io mi chiamo Jessica Hunt, e tu?”“Piacere di conoscerti il mio nome è Johnny. Finalmente conosco il tuo nome” “Come finalmente?” - domandò Jessica. “Questa è la terza volta che mi capita di vederti e, devo confessarti, avrei voluto conoscerti prima” - disse Johnny. “Come la terza volta?” - ribatté Jessica con aria incredula - “continuo a non capire!” “Già, non c’è due senza tre”- disse sorridendo Johnny - “La prima volta quando mi hai soffiato l’ultimo manichino esposto al Big One. La seconda volta quando ti ho visto contemplare un quadro al Museo MoMa e, in tutte e due le occasioni, indossavi una elegante maglietta nera leggermente brillantinata con una scritta bianca: IF YOU WANT”. Sbaglio?” “No… è vero! Che memoria!” - disse Jessica ancor più stupita - “Ma come mai tutta questa attenzione?” “Oltre alla tua bellezza, quello che veramente mi ha incuriosito era cercare di sapere come mai quella particolare attrazione per il manichino”- disse Johnny Boy. La ragazza, sorpresa, annuì e con un enigmatico sorriso iniziò a raccontare alcune cose di sé. - “Beh, mi occupo d’arte. Sono una disegnatrice, lavoro in un atelier di moda e, soprattutto, amo la pittura. Ho frequentato l’Accademia delle belle arti a Venezia, una città che adoro e in cui ho passato cinque bellissimi anni.” “Quindi il manichino…” - la interruppe Johnny. “Il manichino” - continuò Jessica - è un modello con cui solitamente lavoro. Mi è molto utile, mi aiuta a stilizzare le posizioni per la creazione di abiti. E poi è un oggetto a cui in qualche modo sono affezionata fin da quando ero bambina. Mia madre e anche mio nonno erano sarti e quindi il manichino, nella mia vita, è stato una presenza costante. Oggi, una sorta di continuità tra passato, presente e, spero, futuro.” “Interessante!”- rispose il ragazzo - “Che tu fossi una persona particolare lo avevo immaginato dalla tua eleganza! Che tu fossi anche un’artista, è una piacevole sorpresa! Anch’io mi occupo d’arte, in particolare di grafica pubblicitaria, una forma d’arte che mi prende molto. Cercare nell’estetica per capire l’essenza delle cose è una scommessa che faccio con me stesso e, a volte, mi riesce!”. “Una deduzione filosofica, direi! - ribatté Jessica.“Già, filosofare per apprendere e poi il suo contrario. Una locuzione interessante, no? - aggiunse il ragazzo. Jessica, piacevolmente sorpresa da quell’improvvisato dialogo, ascoltò con particolare interesse le riflessioni di Johnny Boy sorseggiando lentamente quello che era rimasto del suo drink.
La serata proseguì allegramente, mentre gli Small Cats continuavano a suonare riscuotendo vigorosi applausi dall’ormai folto pubblico. Il locale gremito, gli spazi esauriti e il volume della musica aumentavano progressivamente, ma Johnny e Jessica, pur apprezzando molto le doti dei musicisti, sembrava fossero più che altro coinvolti dalla reciproca curiosità. Ai due ragazzi questo non impediva comunque di scambiarsi sguardi d’intesa relativi ad alcuni particolari passaggi musicali.“Veramente bravi! Un ottimo gruppo e un’ottima musica… sai, a volte quando una musica ti colpisce, non senti dolore, anzi!” - disse il ragazzo scherzosamente. “ Buona questa! - rispose Jessica sorridendo e continuò: “Ho visto che salutavi il chitarrista, lo conosci?” “Sì, lo conosco” - rispose il ragazzo - “ è una delle due cose per cui devo ringraziare per avermi invitato qui”. “E la seconda cosa?” - chiese incuriosita Jessica. “Beh … quel gradino!”- rispose Johnny - è lui che mi ha permesso di conoscerti!” La ragazza lusingata arrossì leggermente, sollevò le sopracciglia, incrociò le braccia e, appoggiandosi allo schienale della sua sedia, scoppiò in una fragorosa risata. “Ah ah ah, vogliamo ringraziare anche quel posto libero?”- disse la ragazza - “Che ne dici? Io direi di sì, - continuò - una percentuale la darei anche a quel posto libero, non credi? Oltre che a …” “Oltre che a cosa?” - chiese incuriosito il ragazzo. “Oltre alla tua faccia da simpatica canaglia! Già, diciamo che il tuo viso non mi è affatto indifferente”. Johnny Boy sorrise compiaciuto, mentre un intenso sguardo reciproco lasciò intuire un sottocutaneo feeling: qualcosa stava accadendo. Sorridendo, i due sollevarono i loro bicchieri; “Cin, Cin e salute a noi!”- dissero quasi simultaneamente, brindando a quel fatale, piccolo, sano incidente. I due ragazzi passarono piacevolmente la serata insieme, si scambiarono numeri di telefono e rispettive mail e ben presto iniziarono a frequentarsi. Fu l’inizio di una storia d’amore e di una leale amicizia. L’affine sensibilità favorì una reciproca ed inevitabile attrazione sensuale. Johnny Boy non era certo un novellino in questo campo, eppure, eppure… questa volta qualcosa lo aveva completamente coinvolto: si era innamorato. I due giovani scoprirono di avere molte affinità in comune. Pian piano gusti, idee e progetti iniziarono a delinearsi ai loro orizzonti.
La passione per l’arte era spesso un elemento veicolare che influiva molto sui loro interessi. Unire pittura, grafica, musica, cinema in una grande sinergia di forme artistiche multimediali in un laboratorio comune: cercare un luogo adatto e ideale in cui le idee potessero concretizzarsi. Era l’ambito progetto che Johnny Boy coltivava da tempi remoti, un sogno che era spesso oggetto delle loro interminabili discussioni. Un sogno che in qualche modo ricordava come modello la famosa Factory, il laboratorio, creazione del genio della pop art: Andy Warhol.
Il soggiorno studio era giunto al sesto mese e la vita a New York, visto il non programmato prolungamento di permanenza, imponeva a Johnny Boy di rinnovare il permesso di soggiorno oltre a riorganizzare la sua posizione economica. Iniziò quindi a cercare un’ offerta di lavoro che gli desse la possibilità di guadagnare un po’
di denaro. Una provvidenziale coincidenza venne proprio dall’amico Sonny, il quale gli offrì una collaborazione presso la loro stazione radio. Tra le altre cose, avrebbe dovuto occuparsi della gestione del loro sito internet. “Abbiamo pensato a te, vista la tua competenza informatica, ti andrebbe di collaborare con noi?”- fu la proposta di Thomas, l’amministratore delegato della stazione radiofonica - “Sonny ci ha inoltre informati della tua notevole preparazione artistica e formazione musicale e, se tu volessi unirti al nostro staff, ne saremmo lieti.” Johnny Boy apprezzò molto la proposta, ma correttamente avvertì che tra non molto sarebbe tornato in Italia e che quindi lo staff non avrebbe potuto affidarsi completamente a lui.“Va bene, saremo felici finché potrai stare con noi”- disse Thomas - “e al momento opportuno troveremo una adeguata soluzione.” I ragazzi si accordarono facilmente e Johnny Boy iniziò una proficua collaborazione negli studi della Power Seven Radio.
L’atelier in cui lavorava Jessica stava attraversando un florido periodo di intenso lavoro. La raffinata clientela newyorkese richiedeva una ulteriore gamma di modelli, per cui l’atelier aveva bisogno di ampliare il proprio organico. Era necessario inserire nuovi collaboratori e tra questi avevano bisogno di un disegnatore. Si presentarono diversi candidati ma nessuno aveva i requisiti idonei per soddisfare le esigenze della azienda. “Perché non disegni per noi?”- disse Jessica rivolgendosi a Johnny durante una romantica cena al Royal Hotel - “la ditta cerca nuovi collaboratori. Ho visto come disegni; hai un tocco elegante, veloce e raffinato. Sei un’ottima matita! Un contratto a progetto potrebbe interessare sia te che l’atelier! Ti va l’idea? Ti darebbe inoltre modo di coordinarti con gli impegni alla radio.” Johnny Boy, sorpreso e stupito da quella ulteriore proposta di lavoro, smise di sorseggiare il suo drink appoggiando lentamente il bicchiere sul tavolo. “Un’interessante offerta da valutare - disse ravviandosi i capelli - ma come tu sai, ho iniziato da non molto a collaborare con la radio, quindi le ore che ho a disposizione non sono molte. Ma se le modalità del progetto fossero reciprocamente convenienti, potrei accettare.” E così fu pattuito con i dirigenti dell’atelier. In poco tempo fu nella condizione di proseguire il suo soggiorno. Ormai si era inserito nella realtà americana e aveva acquisito una buona padronanza della lingua inglese. Il fatto che Johnny abitasse proprio sotto la stazione radio si rivelò una fortuna. Nessun tragitto per recarsi al lavoro e quindi un notevole guadagno di tempo il che gli permetteva, con una certa elasticità, di dedicarsi alla realizzazione dei disegni per la nuova collezione dell’atelier.
Seguirono le sfilate di moda, gli incontri e le conoscenze con molte persone di diversa estrazione sociale. Stilisti, artisti, anche celebrità, tecnici, fotografi, video-maker furono personaggi che ruotavano nel mondo di Johnny. L’esperienza lavorativa americana fu un elemento importante nella sua formazione. Gli orizzonti si allargarono, il ragazzo, ormai trentenne, aveva acquisito esperienza e buon gusto, affinando classe e stile. L’impegno e la passione per il suo lavoro lo gratificarono e in poco tempo riuscì a realizzare anche una discreta somma di denaro.
Ogni tanto, il figliolo mi telefonava mettendomi al corrente della sua avventura americana e per sapere un po’ come andavano le cose in Italia. Lo sentivo allegro, entusiasta, il ragazzo stava affrontando la vita per il verso giusto. Io ero un padre felice e fortunato. Fu così che lo misi al corrente di quanto segue…
Dall’altra parte del pianeta, in Italia e precisamente nelle vicinanze del lago di Garda, alcuni suoi amici artisti avevano l’intenzione di aprire una sorta di club dell’arte. Sulle colline dell’entroterra gardesano, immerso nel verde selvaggio, avevano individuato un tranquillo casolare con veduta lago: gli oltre mille metri quadrati dell’edificio avevano le caratteristiche adatte per ospitare un centro polifunzionale. Era una località che Johnny conosceva molto bene poiché, proprio in quelle zone, quando era ancora adolescente, amava trascorre periodi di villeggiatura con la famiglia dell’ingegner Paolacchi. Il clima del lago era ideale per molti mesi dell’anno e il flusso turistico garantiva un interessante indotto economico.“La migliore offerta mai capitata!”- furono le parole di Mario appena concluso il contratto d’affitto stipulato con la mondana contessa Morlacchi, una ricca ereditiera milanese ma con un forte “debole” per l’arte - “faremo un centro multimediale per tutto il nord Italia!” Appena poche decine di metri distante dal casolare esisteva infatti un apprezzato (e accogliente) agriturismo già avviato da alcuni anni. Mario, un tipo eccentrico, geniale, tutto fare, aveva intravisto la possibilità di avviare un accordo di reciproco interesse: il centro avrebbe portato clienti all’agriturismo e viceversa. Una semplice ma brillante idea: era l’elemento trainante che permetteva un reciproco vantaggio anche dal punto di vista economico. E così fu. Mario conosceva un sacco di gente e in pochi mesi il casolare fu trasformato in un qualificato polo multifunzionale. Due ampie sale di esposizione, una sala montaggio video, una sala di registrazione audio dotata di sofisticate apparecchiature digitali e analogiche e una sala attrezzata per seminari erano situate al piano terra, mentre al piano superiore erano collocati gli uffici e un piccolo auditorium accuratamente insonorizzato per esibizioni live e proiezioni cinematografiche. Un centro multimediale di tutto rispetto! Avevano bisogno di validi collaboratori, esperti nei settori delle arti della grafica, della musica, della video arte, con notevoli capacità nella multimedialità tecnologicamente applicata. Tra le conoscenze di Mario vi era il Prof. Esposti, esperto d’arte e critico di fama internazionale, il quale fu messo al corrente della realizzazione del centro polifunzionale. Il professore, entusiasta dell’iniziativa, suggerì talenti artistici e pittori emergenti e di fama per il vernissage ufficiale, che si sarebbe celebrato circa sei mesi dopo l’avvio del centro, allestendo in contemporanea una mostra itinerante dell’artista newyorkese Keith Harring. La macchina organizzativa capitanata dall’infaticabile Mario fu messa a pieno regime, tutto funzionava per il verso giusto e anche l’amico Johnny, tramite dettagliate mail, fu avvertito di quanto accadeva.
Dopo alcuni giorni Johnny mi avvertì della proposta fattagli da Mario: con l’occasione dell’invito all’inaugurazione, gli era stato chiesto di unirsi al loro progetto: avevano chiesto la sua collaborazione. Johnny era la persona adatta per studiare il marketing e, in primis, aveva le caratteristiche adatte per collaborare con il nascente centro multimediale a tutto tondo! Per questo motivo gli suggerii di accettare la proposta. Quel posto era il luogo ideale in cui Johnny aveva da sempre desiderato lavorare. Ne parlammo a lungo, Johnny ne era entusiasta. Forse era il momento giusto per ritornare in Italia, anche se questo significava dover allontanarsi, forse definitivamente, da Jessica. Johnny Boy era un ragazzo sensibile, credeva nell’amicizia, nella lealtà, era abituato a riflettere e a chiedersi quali siano le vere valenze dell’amore. Jessica era ormai nel suo cuore e un inquietante conflitto interiore lo assillava. Dispiaciuto volle lasciare al destino il proprio futuro, ma fu proprio Jessica che, suo malgrado, lo incoraggiò a scegliere la strada in cui poteva veramente realizzarsi. “Carpe Diem, Johnny! Carpe Diem, a volte un’occasione mancata non si presenta una seconda volta!” - erano le parole della amata ragazza.
La sala d’attesa del John Kennedy Airport era gremita come sempre. Il volo New York - Milano era previsto per le ore 18.00. Molti turisti effettuavano gli ultimi acquisti nei duty free shop. Jessica e Johnny Boy, in attesa del check-in, avevano ancora tempo per bere qualcosa insieme. “Mi sarebbe piaciuto tanto venire con te, ma adesso, come sai, gli impegni di lavoro non me lo permettono” - disse Jessica -“Due mesi, sì, ancora due mesi! Tra due mesi avrò terminato i disegni per i nuovi modelli e allora potrò organizzami per raggiungerti in Italia. Così come ti ho promesso!” Jessica aveva espresso più volte il desiderio di tornare in Italia e questa sarebbe stata davvero l’occasione giusta e motivata. L’occasione di seguire il suo Boy. I due ragazzi promisero di rimanere in contatto. Il loro feeling non poteva essere interrotto così bruscamente. Cercavano di farsene una ragione e convennero che il tempo avrebbe potuto dare o meno un senso alla loro storia, forse la costruzione di uno spazio emotivo avrebbe potuto confermare se era vero amore. “Il tempo è sempre giudice sincero” - dicevano. Gli altoparlanti davano indicazioni per l’imbarco invitando i passeggeri a raggiungere i gates e a prendere posto sul bus navetta. Il tempo di attesa era terminato, la partenza dell’aereo era imminente. Jessica prese dalla borsetta un piccolo bigliettino accartocciato, lo mise nel palmo della mano di Johnny chiudendogliela lentamente.“Leggilo solo quando sarai arrivato”- disse avvicinandosi all’orecchio e annusando ancora una volta il profumo della sua pelle. Si scambiarono uno sguardo intenso e un lungo abbraccio fu l’ultimo contatto prima del volo.
Ore tre e quindici: il carrello del Boeing 777 aveva toccato il suolo italiano. L’atterraggio alla Malpensa era avvenuto perfettamente in orario; Johnny era tornato nella sua terra. L’attesa per il ritiro del bagaglio fu breve. L’aria era diventata fredda e Johnny, stanco ma contento, infilò la giacca alzandosi il colletto e frugò nelle tasche per cercare il cellulare. Un taxi era già lì disponibile. “Stazione Centrale, per favore” - “Va bene, signore” - rispose garbatamente l’autista.
Il tempo quella notte non prometteva bene, una forte pioggia battente aveva reso l’asfalto molto sdrucciolevole… Il ricordo di Jessica era tornato ad occupare la sua mente, la sua immagine era viva più che mai, in un breve lungo istante rivisse tutte le meravigliose sensazioni vissute insieme. Leggermente assonnato, con gli occhi socchiusi e adagiato comodamente al centro del sedile posteriore, gli venne in mente del bigliettino di Jessica e la promessa di leggerlo appena arrivato. Infilò la mano nella tasca interna della giacca e con la punta delle dita afferrò il minuscolo bigliettino perfettamente piegato in tre parti uguali. Un leggero sorriso affiorò sulle labbra leggermente inumidite, lo aprì lentamente quando, improvvisamente, una forte luce abbagliante accecò l’autista impotente. Una frenata improvvisa e una spaventosa sbandata per evitare un frontale con un grosso Tir non evitarono il terribile schianto contro un gigantesco platano ponendo fine a quell’ultimo fatale viaggio.
Ore tre e quarantacinque: un assordante squillo, simile ad un inquietante lampo apocalittico, interruppe la quiete notturna. Alzai il telefono - “Pronto, chi parla?”-“ Qui Polizia Stradale lei è…” - “Nooo” - “Lei è il padre di…”- “Nooooo!” - fu il mio urlo metafisico. Mi svegliai all’improvviso, un incubo tremendo mi assalì veloce, no, non volevo, non potevo credere a quel crudele destino! Nooo! No, mio figlio non può morire, non può! Johnny non può morire, no non può, non può perché mio figlio… non è mai nato.