STORIA
DI UN RACCONTO
Dall@ Rete alla Carta
di Tiziano
Astolfi © 2006
PREFAZIONE ED INTRODUZIONE
FOTO 01
IDEA DEL FUMETTO 02
IDEA DEL FUMETTO 03
IDEA DEL FUMETTO 04
DOCUMENTO 05
FOTO 06
MANIFESTO 07
FOTO 08
FOTO 09
T-SHIRT 10
FOTO 11
RECENSIONE DI ROSANNA OLIVERI 12
Ebbene, sì! L’idea parte da distante, già… da molto
distante, da quando si incomincia a
scoprire che dietro ogni essere, ogni persona, ogni
personaggio vi è nascosta una storia, una filosofia esistenziale, un percorso o
un segmento della vita che forse vale la pena di raccontare. L’artefice,
l’attore non lo sa… ma è lui… sì, è lui il protagonista che indirettamente ci
suggerisce la storia. Sta agli altri, cioè all’osservatore, trovare il bandolo
della matassa per poi,
se ne ha voglia e tempo, coordinare
passato, presente e futuro.
Era un po’ più in là della metà del
secolo scorso… quando sulla
crosta della superficie terrestre bazzicava un bipede di nome Giampiero, un
bizzarro sognatore ed un inguaribile romanticone. Lo incontrai per caso: il
collante di quell’incontro fu la musica. Giampiero era un “bassista” e,
proprio in quegli anni, molti
chitarristi erano ispirati dai brani strumentali degli Shadows, celeberrimo gruppo britannico che, nei mitici
anni sessanta, suonava melodie dal vago sapore “western-rock-pop”. I suoni
della mitica “Fender Stratocaster” di Hank Marvin, solista del gruppo,
incantavano migliaia di giovani di tutto il mondo. Tutti chitarristi, dunque!
Nessuno voleva suonare il basso, ritenuto uno strumento “secondario”, troppo
semplice da suonare per i
“facili” giri armonici di allora. Geronimo, Apache, Wonderful Land, Atlantis,
Shazam erano i brani musicali che ascoltavamo, incantati dai suoni di quelle
mitiche chitarre elettriche “solid body”: uno strumento nuovo e rivoluzionario
che, collegato ad un amplificatore a
valvole, preferibilmente Vox, produceva suoni ed effetti straordinari. “Che
meraviglia!” gridavamo. La magia di quei suoni ci aveva letteralmente stregati.
I “quarantacinque giri” in vinile (i dischi di allora) venivano ripetutamente
suonati per imparare a memoria i brani strumentali, finchè i solchi e la
puntina del giradischi lo consentivano. I Beatles e i Rolling
Stones dovevano ancora aprire la nuova era che di lì a poco sarebbe esplosa in
tutto il mondo. Intanto, il mito degli Shadows, forse il primo gruppo “rock” famoso della storia, induceva
molti giovani a formare dei gruppi musicali che allora venivano
semplicemente denominati
“complessi”.
Anche a noi, ragazzi di
semi-periferia, poco più che
adolescenti, venne l’idea di formare un gruppo musicale, ma era difficile
trovare qualcuno che volesse suonare la chitarra basso.
- Giampiero amava suonare il basso e così venne introdotto nel complesso che
volevamo formare: due chitarre, basso e batteria. “Bene!”- dissi - “Possiamo
provare nella “sala musica” della parrocchia.
Don Luigi ci dà il permesso, purché si frequenti l’oratorio e si aderisca
regolarmente agli incontri pastorali”. “Che pizza!”- pensavamo, ma la passione
per la musica non conosceva ostacoli e scendemmo al compromesso. “Possiamo
prepararci ad affrontare la nostra prima esibizione pubblica al Teatro Don
Bosco.”- dissi - “Vi va l’idea?” Allora eravamo quattordicenni e, tutti
d’accordo, aderimmo al progetto.
Giampiero si rivelò subito un tipo particolare, pieno di contraddizioni
ma anche un buon bassista. “I Misantropi”, così si chiamava quel gruppo, fecero
solo qualche esibizione e dopo un
breve periodo di attività si sciolsero.
Poco dopo, fui chiamato per aderire a un nuovo gruppo il quale aveva progetti più
ambiziosi: suonare nelle “balere”, così sì chiamavano le discoteche o i pub di
allora. Attrezzati professionalmente e preparato un adeguato repertorio
musicale, iniziammo a girovagare nei locali per “fare” musica. Il
mitico Ford Transit, cioè il classico furgone dei gruppi musicali, ci portava in giro facendoci assaporare la
vita da nomadi. Suonammo in decine di
locali proponendo cover dei gruppi famosi dell’epoca e vivendo le notti tra
luci, fumo, rumori e spesso “fidanzandoci” con le ragazze del luogo:
un’esperienza affascinante. Aderimmo a concorsi musicali tra cui “La carovana
del successo”, che determinò la nostra prima pubblicazione del gruppo su
“Bolero”, famoso “settimanale” dell’epoca. L’organico del gruppo,
solitamente di quattro musicisti, cambiò di qualche elemento; in occasione dei
grandi veglioni, si aggiungeva Cesco, un saxofonista di grande esperienza il quale ci permetteva di ampliare il nostro
repertorio musicale, adeguandolo ai più svariati generi. E proprio in occasione
di un veglione di Carnevale, a pochi giorni dall’esibizione, per un
contrattempo ci trovammo
senza bassista. “Siamo nella
merda! Che diavolo facciamo?” - dicemmo
preoccupati per l’imminente impegno. Fu così che mi venne in mente di
ricontattare il “vecchio” e buon
bassista Giampiero. Detto fatto, Giampiero sostituì
senza alcun problema
l’elemento mancante. Il nuovo contatto e l’inserimento nel gruppo di
Giampiero permise la conoscenza di altri aspetti della sua particolare
personalità e anche in quell’occasione si dimostrò un elemento alquanto
bizzarro.
Passarono alcuni anni, altre forme d’arte mi
coinvolgevano… la passione del disegno e la pittura mi
affascinavano
sempre di più… iniziai così a dipingere e a raccontare per immagini organizzando ed
esponendo, in diverse mostre d’arte. Successivamente, qualche anno dopo,
la passione per il cinema mi portò a collaborare con alcune emittenti
televisive: in Italia era iniziata l’era della televisione commerciale. Un
nuovo ed affascinante mondo permetteva nuove forme di espressione. La
realizzazione di numerosi video-films, anche di carattere sperimentale, mi
impegnarono per gran parte degli anni ottanta, ma la musica, la voglia di
suonare era
sempre lì.
E proprio verso la fine di quel decennio una nota associazione artistica locale organizzò una sorta di revival di gruppi
musicali. Mi fu chiesto di partecipare. Dopo un breve ripensamento misi in
piedi un nuovo gruppo musicale, cercai alcuni elementi anche di nuova
generazione: un insieme di nuove energie unite all’esperienza di altri meno
giovani e… anche in quella occasione a suonare la chitarra basso venne chiamato
Giampiero, il “vecchio” bassista di cui già da parecchi anni conoscevo le
qualità musicali, il che evitò inutili
“audizioni” di altri possibili bassisti. Il gruppo avrebbe dovuto partecipare
solo a quell’evento, ma la voglia e il gusto di esibirsi dal vivo ci indusse a continuare. Decidemmo
così di darci un nome. Ne preparai una lunga
serie da sottoporre agli altri componenti del
gruppo e, dopo una lunga “carrellata” di proposte, decidemmo per un nome inusuale, composto tra
l’inglese e il latino: “Time
of Lupus in Fabula”. Mi venne così istintivo disegnare quattro lupetti
musicisti e creare quindi il logo del gruppo.
Il gruppo iniziò a scegliere e a mettere insieme una
serie di brani che
costituivano il repertorio. Un giorno
telefonai a casa di Giampiero e al telefono rispose la madre. “Buon giorno,
signora, potrei parlare con Giampiero, per favore?” – chiesi – “Un momento, lo
chiamo subito” – rispose – e
sentii chiamare: “Giampi, ti
vogliono al telefono!” “Giampi?” –
pensai – “Che buffo!” e immediatamente collegai il nome Giampi a Lupus. Già… in
quell’istante era nato il nome “Lupus Giampi”.
Ma… mai e poi mai avrei immaginato quale
seguito avrebbe avuto quel
nome!
Giampiero era un tipo davvero particolare,
imprevedibile, credulone, avventuriero, artista, musicista e un incredibile ed
ingenuo romanticone. Giampiero a volte era anche inaffidabile il che irritava
gli altri componenti del gruppo, finché un bel giorno gli fu scherzosamente
detto: “Giampi,
sei talmente ‘fuori’ che un giorno qualcuno scriverà
una storia su di te!”
Iniziarono gli anni novanta, il gruppo si esibì nei
pub ancora per un paio d’anni con alcuni cambiamenti nell’organico e Giampi
uscì dal gruppo. Ma il nome Lupus Giampi rimase nell’aria. Di tanto in
tanto il personaggio, il probabile “fumetto” Lupus Giampi, affiorava nella mia
mente e, ogni tanto, emergeva l’intenzione di sviluppare un’ idea sulle
caratteristiche del potenziale personaggio che ancora non aveva una delineata
identità. Nelle mie intenzioni il personaggio Lupus Giampi doveva avere un
“ruolo” nella propria vita , ma ancora non era chiaro quale fosse…
Passò ancora del tempo e un giorno, occupandomi di
audiovisivi, mi capitò di
video-registrare una conferenza riguardo alla conoscenza tenuta dallo
scienziato cileno Humberto Maturana. La
relazione fu particolarmente interessante e suscitò in me un’attenta
riflessione sul ruolo dell’educatore nella nostra società. Da quella conferenza
nacque il primo input che suggerì quale poteva essere il “ruolo” del
personaggio Lupus Giampi.
Poco dopo la metà degli anni novanta la tecnologia e
l’informatica fecero uno strepitoso balzo in avanti immettendo sul mercato uno strumento
destinato a cambiare quasi radicalmente il modo di diffondere la comunicazione:
era nata l’era di internet, la più grande rete telematica del mondo. Affascinato come tutti da questo meraviglioso
“media”, cercai di capire e sfruttare le innumerevoli possibilità che offriva
questo nuovo e straordinario strumento.
Il terzo millennio era appena iniziato, il timore del millennium-bug, il
terribile baco-virus che avrebbe dovuto mandare in tilt tutti i computer del
globo terrestre, era passato, la tecnologia informatica procedeva a passi da
gigante. Nei numerosi portali delle
varie compagnie informatiche apparivano i primi forum dove, attraverso
nick-name, si poteva interagire con sconosciuti interlocutori per scambiare
idee e informazioni. Già… uno stimolante mezzo per costruire, proporre e -
perché no? - inventare anche una storia. Fu così che, individuato un forum adatto,
iniziai a sperimentare
se si poteva veramente costruire un
racconto, con quale tipo di adesione e che interesse poteva destare. Una parte
del futuro testo di Lupus Giampi nacque così con il contributo di co-autori tra
loro sconosciuti che
seguivano un “filo conduttore” dato da
me per poi interagire e proporre o suggerire “pezzi” del futuro racconto.
L’esperimento durò circa tre mesi. Quello che mi colpì maggiormente fu la
casuale ma affine
sensibilità dei co-autori che, pur non conoscendosi,
riuscivano a sviluppare una comune filosofia esistenziale. “Fantastico” - pensai - “scoprire che molti nick-name sono
orientati verso un ‘nobile’ fine comune,
senza saperlo”. La nuova ed
interessante esperienza multimediale stava diventando coinvolgente.
A questo punto mi venne in mente una
persona, una cara amica, la persona più adatta, vista la sua preparazione
culturale, per collaborare alla stesura definitiva del futuro racconto: Lilly
Ber, una specialista in favole! L.B.,
messa al corrente di quanto accadeva e anch’essa affascinata dall’evolversi del
racconto, accettò con entusiasmo la collaborazione. Insieme studiammo le valenze morali del testo
affinché contenesse il “messaggio” che ci stava
particolarmente a cuore. Tra le analisi relative al contenuto del testo, per
capire meglio che tipo di effetto poteva suscitare nel fruitore, decidemmo
anche di fare una registrazione audio del testo con musiche originali
appositamente composte ed elaborati effetti sonori. Ascoltammo attentamente e più volte il
racconto, smussando, aggiungendo o sostituendo lievi e piccole sfumature per
renderlo più coerente, scorrevole e piacevole alla lettura. Mi venne spontaneo
inventare e individuare una serie di immagini da accostare al testo: immagini grafiche e dipinti e una serie di fotografie che supportassero il protagonista del racconto che, a quel punto, si
caratterizzava nel genere “favola”. Una
favola però che, visto il messaggio che conteneva, era più indicata ad un
pubblico adulto. Preparammo allora una serie di foto denominate “Mister Who”. Ma… chi era Mister Who? Già…
Mister Who era l’uomo-maschera tratto da “Remote Control”, un video
sperimentale da me ideato circa vent’anni prima, ma che, misteriosamente e
periodicamente, si riproponeva per animare, questa volta, l’alter-ego del
nostro protagonista.
Completato il racconto e arricchito con la
serie di immagini
metaforiche a sostegno della
concettualità del testo, stampammo alcune copie del racconto
per farlo leggere e visionare a persone di svariata estrazione sociale e
culturale. Lo scopo era poter capire
se e come veniva recepito il
messaggio contenuto nel testo e
se potesse avere una eventuale
finalità educativa. Molti furono i riscontri positivi a riguardo il che ci
entusiasmò non poco. Un importante intellettuale, rettore della Facoltà di
Lettere dell’Universita’ di Perugia, con nostra meraviglia, si offrì di
scrivere la presentazione del futuro libro. Contemporaneamente un
altro intellettuale, un critico, docente universitario e giornalista, anch’egli
entusiasmato dall’originale racconto, scrisse un’importante recensione
sulle valenze del racconto pubblicandola su un quotidiano locale. “Ottimo, qui
si muove qualcosa!” – pensammo incuriositi da quanto
accadeva e intuimmo che la ”cosa” avrebbe avuto qualche sviluppo. L’articolo
venne letto da molti, tra cui alcune autorità della scuola e in particolare il
“capo supremo”. “Senti un po’...” – mi chiese il Sovrintendente Scolastico – “ho letto sul
giornale quell’articolo… sul “racconto Lupus Giampi”, di che si tratta?” Lusingato
dalla richiesta della massima autorità della scuola locale, provvidi subito a fornire una copia del racconto per
sentire la sua personale
opinione. Dopo alcune
settimane rincontrai il
Sovrintendente che, convinto dell’originalità del racconto, propose l’idea di farne un
“volumetto” con il contributo dell’ente pubblico, per diffonderne il messaggio
morale. L.B. ed io, entusiasmati dalla proposta, iniziammo a prendere la cosa sul
serio e decidemmo di
contattare diverse case editrici. Fu al Docet di
Bologna, edizione 2005, la più importante rassegna di idee e materiali per
la didattica del mercato nazionale che si tiene annualmente presso la fiera del
libro di Bologna, che potei constatare quale interesse vi fosse nell’ ambito dell’editoria
per il genere favola: in quasi tutti gli stand vi era infatti uno spazio
dedicato a questo genere narrativo. Il
sorprendente ma non inaspettato riscontro editoriale incoraggiò ulteriormente il nostro
progetto. Da quella visita fieristica potemmo ottenere l’elenco e il panorama
completo di tutte le più importanti case editrici italiane. Dopo
diverse valutazioni affiorò il nome di una nota casa editrice di
Roma la quale fece la sua proposta editoriale. Per la realizzazione del
volumetto, visto il tipo di confezione che si intendeva ottenere, fu necessario
individuare degli sponsor. Tale scelta fu subordinata ad una valutazione legata
a due aspetti: quello economico e quello
settoriale, cioè l’azienda
contribuente doveva avere in qualche modo delle affinità con il “progetto
letterario”. Dopo diversi contatti, molte aziende messe al corrente del progetto e
visionato il contenuto del testo, aderirono con entusiasmo. L’ultimo degli
sponsor che aderì all’iniziativa, ma forse il marchio più prestigioso
tra le altre aziende, fu contattato per puro caso. Una mattina stavo per
immettermi in strada con la macchina e, appena entrato in corsia, un furgone
che mi precedeva si bloccò improvvisamente, costringendomi a frenare
bruscamente. “Accidenti, che succede!” – pensai e guardato attentamente il
retro del furgone, lessi il famoso logo di un prestigioso marchio. “Ecco, lo
sponsor che ci manca!” – pensai. Mi misi subito in contatto, non prima di aver
visionato il loro sito internet: individuata la loro Home Page, con estrema
meraviglia lessi la storia di quella importante azienda; uno slogan, che attirò ulteriormente la mia attenzione,
recitava così: ”Quando i sogni diventano realtà”. Già… un
segno del destino! La
direttrice di marketing della famosa azienda ci diede gentilmente e in
brevissimo tempo un appuntamento, per esporre dettagliatamente il nostro
progetto. Dopo alcuni giorni la direttrice, responsabile del marketing, letto
il racconto, mi telefonò comunicandomi che avrebbe aderito volentieri alla
proposta perché la riteneva un progetto “nobile”. Contenti per l’entusiasmo e
l’incoraggiamento datoci dagli sponsor e per l’”ok” della Sovrintendenza
Scolastica, nel febbraio 2006 demmo inizio alla stampa del libro. Ovviamente
tutto on-line: layout, correzione bozze e ottimizzazione grafica, tutto in
tempo reale. Ritornati al Docet di Bologna, edizione 2006, per un incontro con
il nostro editore, L.B. ed io potemmo definire alcune modalità per la
realizzazione e la distribuzione del libro: tutto procedeva
secondo gli accordi stipulati
nel contratto. “Lupus Giampi” iniziava finalmente ad emettere i primi
“ululati”, il nostro progetto stava via via prendendo forma.
Nel maggio 2006 il libro venne ufficialmente presentato al pubblico in un noto
centro culturale di Bolzano. Molti furono i contributi per quella
manifestazione: alcuni docenti presentarono la loro relazione,
un’attrice teatrale lesse e interpretò alcuni passi del
racconto, una proiezione video scorreva su un maxi-schermo, introducendo
l’intervento degli autori del libro, mentre mini-posters e t-shirt
pubblicizzavano il nostro eroe.
Arcane coincidenze, fatti che si ripetono, diversi
elementi che si intrecciano, il collante
della musica, il disegno e il logo del gruppo, nuovi media, informatica e
telematica hanno costituito il puzzle di un racconto che
sembrava destino scrivere. Un
percorso articolato dalla rete alla carta. Ora Lupus Giampi è nelle librerie,
ma… dove sarà mai quel “bassista” ispiratore?