STORIA DI UN RACCONTO 

Dall@ Rete alla Carta

di Tiziano Astolfi  © 2006

  

PREFAZIONE ED INTRODUZIONE
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RECENSIONE DI ROSANNA OLIVERI 12

 

Una storia può essere raccontata, ma… può un racconto essere storicizzato?

Ebbene, sì! L’idea parte da distante, già… da molto distante, da quando si  incomincia a scoprire che dietro ogni essere, ogni persona, ogni personaggio vi è nascosta una storia, una filosofia esistenziale, un percorso o un segmento della vita che forse  vale la pena di raccontare. L’artefice, l’attore non lo sa… ma è lui… sì, è lui il protagonista che indirettamente ci suggerisce la storia. Sta agli altri, cioè all’osservatore, trovare il bandolo della matassa per poi, se ne ha voglia e tempo, coordinare passato, presente e futuro.

 

Era un po’ più in là della metà del secolo scorso… quando sulla crosta della superficie terrestre bazzicava un bipede di nome Giampiero, un bizzarro sognatore ed un inguaribile romanticone. Lo incontrai per caso: il collante di quell’incontro fu la musica. Giampiero era un “bassista”  e,  proprio in quegli anni,  molti chitarristi erano ispirati dai brani strumentali degli Shadows,  celeberrimo gruppo britannico che, nei mitici anni sessanta, suonava melodie dal vago sapore “western-rock-pop”. I suoni della mitica “Fender Stratocaster” di Hank Marvin, solista del gruppo, incantavano migliaia di giovani di tutto il mondo. Tutti chitarristi, dunque! Nessuno voleva suonare il basso, ritenuto uno strumento “secondario”, troppo semplice da suonare per i “facili” giri armonici di allora. Geronimo, Apache, Wonderful Land, Atlantis, Shazam erano i brani musicali che ascoltavamo, incantati dai suoni di quelle mitiche chitarre elettriche “solid body”: uno strumento nuovo e rivoluzionario che,  collegato ad un amplificatore a valvole, preferibilmente Vox, produceva suoni ed effetti straordinari. “Che meraviglia!” gridavamo. La magia di quei suoni ci aveva letteralmente stregati. I “quarantacinque giri” in vinile (i dischi di allora) venivano ripetutamente suonati per imparare a memoria i brani strumentali, finchè i solchi e la puntina del giradischi lo consentivano. I  Beatles e i Rolling Stones dovevano ancora aprire la nuova era che di lì a poco sarebbe esplosa in tutto il mondo. Intanto, il mito degli Shadows, forse il primo  gruppo “rock” famoso della storia, induceva molti giovani a formare dei gruppi musicali che allora venivano semplicemente denominati “complessi”.

Anche a noi, ragazzi di semi-periferia, poco più che adolescenti, venne l’idea di formare un gruppo musicale, ma era difficile trovare qualcuno che volesse suonare la chitarra basso. - Giampiero amava suonare il basso e così venne introdotto nel complesso che volevamo formare: due chitarre, basso e batteria. “Bene!”- dissi - “Possiamo provare nella “sala musica” della parrocchia.  Don Luigi ci dà il permesso, purché si frequenti l’oratorio e si aderisca regolarmente agli incontri pastorali”. “Che pizza!”- pensavamo, ma la passione per la musica non conosceva ostacoli e scendemmo al compromesso. “Possiamo prepararci ad affrontare la nostra prima esibizione pubblica al Teatro Don Bosco.”- dissi - “Vi va l’idea?” Allora eravamo quattordicenni e, tutti d’accordo, aderimmo al progetto.  Giampiero si rivelò subito un tipo particolare, pieno di contraddizioni ma anche un buon bassista. “I Misantropi”, così si chiamava quel gruppo, fecero solo qualche esibizione  e dopo un breve  periodo di attività si sciolsero. 

 

Poco dopo, fui chiamato per aderire  a un nuovo gruppo il quale aveva progetti più ambiziosi: suonare nelle “balere”, così sì chiamavano le discoteche o i pub di allora. Attrezzati professionalmente e preparato un adeguato repertorio musicale, iniziammo a girovagare nei locali per “fare” musica. Il mitico Ford Transit, cioè il classico furgone dei gruppi musicali,  ci portava in giro facendoci assaporare la vita da nomadi. Suonammo in decine  di locali proponendo cover dei gruppi famosi dell’epoca e vivendo le notti tra luci, fumo, rumori e spesso “fidanzandoci” con le ragazze del luogo: un’esperienza affascinante. Aderimmo a concorsi musicali tra cui “La carovana del successo”, che determinò la nostra prima pubblicazione del gruppo su “Bolero”, famoso “settimanale” dell’epoca. L’organico del gruppo, solitamente di quattro musicisti, cambiò di qualche elemento; in occasione dei grandi veglioni, si aggiungeva Cesco, un saxofonista di grande esperienza  il quale ci permetteva di ampliare il nostro repertorio musicale, adeguandolo ai più svariati generi. E proprio in occasione di un veglione di Carnevale, a pochi giorni dall’esibizione, per un contrattempo ci trovammo senza bassista. “Siamo nella merda! Che diavolo facciamo?”  - dicemmo preoccupati per l’imminente impegno. Fu così che mi venne in mente di ricontattare  il “vecchio” e buon bassista Giampiero. Detto fatto, Giampiero sostituì  senza alcun problema l’elemento mancante. Il nuovo contatto e l’inserimento nel gruppo di Giampiero permise la conoscenza di altri aspetti della sua particolare personalità e anche in quell’occasione si dimostrò un elemento alquanto bizzarro.  

 

Passarono alcuni anni, altre forme d’arte mi coinvolgevano… la passione del disegno e la pittura mi affascinavano sempre di più… iniziai così a dipingere  e a raccontare per immagini organizzando ed esponendo, in diverse mostre d’arte. Successivamente, qualche anno dopo, la passione per il cinema mi portò a collaborare con alcune emittenti televisive: in Italia era iniziata l’era della televisione commerciale. Un nuovo ed affascinante mondo permetteva nuove forme di espressione. La realizzazione di numerosi video-films, anche di carattere sperimentale, mi impegnarono per gran parte degli anni ottanta, ma la musica, la voglia di suonare  era sempre lì.

 

E proprio verso la fine di quel decennio  una nota associazione artistica locale  organizzò una sorta di revival di gruppi musicali. Mi fu chiesto di partecipare. Dopo un breve ripensamento misi in piedi un nuovo gruppo musicale, cercai alcuni elementi anche di nuova generazione: un insieme di nuove energie unite all’esperienza di altri meno giovani e… anche in quella occasione a suonare la chitarra basso venne chiamato Giampiero, il “vecchio” bassista di cui già da parecchi anni conoscevo le qualità musicali, il che evitò  inutili “audizioni” di altri possibili bassisti. Il gruppo avrebbe dovuto partecipare solo a quell’evento, ma la voglia e il gusto di esibirsi dal vivo ci indusse a continuare. Decidemmo così di darci un nome. Ne preparai una lunga serie  da sottoporre agli altri componenti del gruppo e, dopo una lunga “carrellata” di proposte,  decidemmo per un nome inusuale, composto tra l’inglese e il latino:  “Time of Lupus in Fabula”. Mi venne così istintivo disegnare quattro lupetti musicisti e creare quindi il logo del gruppo.  Il gruppo iniziò a scegliere e a mettere insieme una serie di brani che costituivano il repertorio.  Un giorno telefonai a casa di Giampiero e al telefono rispose la madre. “Buon giorno, signora, potrei parlare con Giampiero, per favore?” – chiesi – “Un momento, lo chiamo subito” – rispose – e sentii chiamare: “Giampi, ti vogliono al telefono!”  “Giampi?” – pensai – “Che buffo!” e immediatamente collegai il nome Giampi a Lupus. Già… in quell’istante era nato il nome “Lupus Giampi”.  Ma… mai e poi mai avrei immaginato quale seguito avrebbe avuto quel nome! 

 

Giampiero era un tipo davvero particolare, imprevedibile, credulone, avventuriero, artista, musicista e un incredibile ed ingenuo romanticone. Giampiero a volte era anche inaffidabile il che irritava gli altri componenti del gruppo, finché un bel giorno gli fu scherzosamente detto: “Giampi, sei talmente ‘fuori’ che un giorno qualcuno scriverà una storia su di te!”

 

Iniziarono gli anni novanta, il gruppo si esibì nei pub ancora per un paio d’anni con alcuni cambiamenti nell’organico e Giampi uscì dal gruppo. Ma il nome Lupus Giampi rimase nell’aria. Di tanto in tanto il personaggio, il probabile “fumetto” Lupus Giampi, affiorava nella mia mente e, ogni tanto, emergeva l’intenzione di sviluppare un’ idea sulle caratteristiche del potenziale personaggio che ancora non aveva una delineata identità. Nelle mie intenzioni il personaggio Lupus Giampi doveva avere un “ruolo” nella propria vita , ma ancora non era chiaro quale fosse

 

Passò ancora del tempo e un giorno, occupandomi di audiovisivi,  mi capitò di video-registrare una conferenza riguardo alla conoscenza tenuta dallo scienziato cileno Humberto Maturana.  La relazione fu particolarmente interessante e suscitò in me un’attenta riflessione sul ruolo dell’educatore nella nostra società. Da quella conferenza nacque il primo input che suggerì quale poteva essere il “ruolo” del personaggio Lupus Giampi.

 

Poco dopo la metà degli anni novanta la tecnologia e l’informatica fecero uno strepitoso balzo in avanti  immettendo sul mercato uno strumento destinato a cambiare quasi radicalmente il modo di diffondere la comunicazione: era nata l’era di internet, la più grande rete telematica del mondo.  Affascinato come tutti da questo meraviglioso “media”, cercai di capire e sfruttare le innumerevoli possibilità che offriva questo nuovo e straordinario strumento.  Il terzo millennio era appena iniziato, il timore del millennium-bug, il terribile baco-virus che avrebbe dovuto mandare in tilt tutti i computer del globo terrestre, era passato, la tecnologia informatica procedeva a passi da gigante. Nei numerosi portali  delle varie compagnie informatiche apparivano i primi forum dove, attraverso nick-name, si poteva interagire con sconosciuti interlocutori per scambiare idee e informazioni. Già… uno stimolante mezzo per costruire, proporre e - perché no? -  inventare anche una storia.  Fu così che, individuato un forum adatto, iniziai a sperimentare se si poteva veramente costruire un racconto, con quale tipo di adesione e che interesse poteva destare. Una parte del futuro testo di Lupus Giampi nacque così con il contributo di co-autori tra loro sconosciuti che seguivano un “filo conduttore” dato da me per poi interagire e proporre o suggerire “pezzi” del futuro racconto. L’esperimento durò circa tre mesi. Quello che mi colpì maggiormente fu la casuale ma affine sensibilità dei co-autori che, pur non conoscendosi, riuscivano a sviluppare una comune filosofia esistenziale. “Fantastico”  - pensai - “scoprire che molti nick-name sono orientati verso un ‘nobile’ fine comune, senza saperlo”. La nuova ed interessante esperienza multimediale stava diventando coinvolgente.

 

A questo punto mi venne in mente una persona, una cara amica, la persona più adatta, vista la sua preparazione culturale, per collaborare alla stesura definitiva del futuro racconto: Lilly Ber, una specialista in favole!  L.B., messa al corrente di quanto accadeva e anch’essa affascinata dall’evolversi del racconto, accettò con entusiasmo la collaborazione. Insieme studiammo le valenze morali del testo affinché contenesse il “messaggio” che  ci stava particolarmente a cuore. Tra le analisi relative al contenuto del testo, per capire meglio che tipo di effetto poteva suscitare nel fruitore, decidemmo anche di fare una registrazione audio del testo con musiche originali appositamente composte ed elaborati effetti sonori. Ascoltammo attentamente e più volte il racconto, smussando, aggiungendo o sostituendo lievi e piccole sfumature per renderlo più coerente, scorrevole e piacevole alla lettura. Mi venne spontaneo inventare e individuare una serie di immagini da accostare al testo: immagini grafiche e dipinti  e una serie di fotografie che supportassero il protagonista del racconto che, a quel punto, si caratterizzava  nel genere “favola”. Una favola però che, visto il messaggio che conteneva, era più indicata ad un pubblico adulto. Preparammo allora una serie di foto denominate “Mister Who”. Ma… chi era Mister Who? Già… Mister Who era l’uomo-maschera tratto da “Remote Control”, un video sperimentale da me ideato circa vent’anni prima, ma che, misteriosamente e periodicamente, si riproponeva per animare, questa volta, l’alter-ego del nostro protagonista.

 

Completato il racconto e arricchito con la serie di immagini metaforiche  a sostegno della concettualità del testo, stampammo alcune copie del racconto per farlo leggere e visionare a persone di svariata estrazione sociale e culturale. Lo scopo era poter capire se e come veniva recepito il messaggio contenuto nel testo e se potesse avere una eventuale finalità educativa. Molti furono i riscontri positivi a riguardo il che ci entusiasmò non poco. Un importante intellettuale, rettore della Facoltà di Lettere dell’Universita’ di Perugia, con nostra meraviglia, si offrì di scrivere la presentazione del futuro libro. Contemporaneamente un altro intellettuale, un critico, docente universitario e giornalista, anch’egli entusiasmato dall’originale racconto, scrisse un’importante recensione sulle valenze del racconto pubblicandola su un quotidiano locale. “Ottimo, qui si muove qualcosa!” – pensammo incuriositi da quanto accadeva e intuimmo che la ”cosa” avrebbe avuto qualche sviluppo. L’articolo venne letto da molti, tra cui alcune autorità della scuola e in particolare il “capo supremo”. “Senti un po’...” – mi chiese  il Sovrintendente Scolastico – “ho letto sul giornale quell’articolo… sul “racconto Lupus Giampi”, di che si tratta?” Lusingato dalla richiesta della massima autorità della scuola locale, provvidi  subito a fornire una copia del racconto per sentire la sua personale opinione. Dopo  alcune settimane rincontrai il Sovrintendente che, convinto dell’originalità del racconto, propose l’idea di farne un “volumetto” con il contributo dell’ente pubblico, per diffonderne il messaggio morale. L.B. ed io, entusiasmati dalla proposta, iniziammo a prendere la cosa sul serio e decidemmo di contattare  diverse case editrici. Fu al Docet di Bologna, edizione 2005, la più importante rassegna di idee e materiali per la didattica del mercato nazionale che si tiene annualmente presso la fiera del libro di Bologna, che potei constatare quale interesse vi fosse nell’ ambito dell’editoria per il genere favola: in quasi tutti gli stand vi era infatti uno spazio dedicato a questo genere  narrativo. Il sorprendente ma non inaspettato riscontro editoriale incoraggiò ulteriormente il nostro progetto. Da quella visita fieristica potemmo ottenere l’elenco e il panorama completo di tutte le più importanti case editrici italiane. Dopo diverse valutazioni affiorò il nome di una nota casa editrice di Roma la quale fece la sua proposta editoriale. Per la realizzazione del volumetto, visto il tipo di confezione che si intendeva ottenere, fu necessario individuare degli sponsor. Tale scelta fu subordinata ad una valutazione legata a due aspetti: quello economico e quello settoriale, cioè l’azienda contribuente doveva avere in qualche modo delle affinità con il “progetto letterario”. Dopo diversi contatti, molte aziende messe al corrente del progetto e visionato il contenuto del testo, aderirono con entusiasmo. L’ultimo degli sponsor che aderì all’iniziativa, ma forse il marchio più prestigioso tra le altre aziende, fu contattato per puro caso. Una mattina stavo per immettermi in strada con la macchina e, appena entrato in corsia, un furgone che mi precedeva si bloccò improvvisamente, costringendomi a frenare bruscamente. “Accidenti, che succede!” – pensai e guardato attentamente il retro del furgone, lessi il famoso logo di un prestigioso marchio. “Ecco, lo sponsor che ci manca!” – pensai. Mi misi subito in contatto, non prima di aver visionato il loro sito internet: individuata la loro Home Page, con estrema meraviglia lessi la storia di quella importante azienda; uno slogan, che  attirò ulteriormente la mia attenzione, recitava così: ”Quando i sogni diventano realtà”. Già… un segno del destino! La direttrice di marketing della famosa azienda ci diede gentilmente e in brevissimo tempo un appuntamento, per esporre dettagliatamente il nostro progetto. Dopo alcuni giorni la direttrice, responsabile del marketing, letto il racconto, mi telefonò comunicandomi che avrebbe aderito volentieri alla proposta perché la riteneva un progetto “nobile”. Contenti per l’entusiasmo e l’incoraggiamento datoci dagli sponsor e per l’”ok” della Sovrintendenza Scolastica, nel febbraio 2006 demmo inizio alla stampa del libro. Ovviamente tutto on-line: layout, correzione bozze e ottimizzazione grafica, tutto in tempo reale. Ritornati al Docet di Bologna, edizione 2006, per un incontro con il nostro editore, L.B. ed io potemmo definire alcune modalità per la realizzazione e la distribuzione del libro: tutto procedeva secondo gli accordi stipulati nel contratto. “Lupus Giampi” iniziava finalmente ad emettere i primi “ululati”, il nostro progetto stava via via prendendo  forma.

 

Nel maggio 2006 il libro venne ufficialmente presentato al pubblico in un noto centro culturale di Bolzano. Molti furono i contributi per quella manifestazione: alcuni docenti presentarono la loro relazione, un’attrice teatrale lesse e interpretò alcuni passi del racconto, una proiezione video scorreva su un maxi-schermo, introducendo l’intervento degli autori del libro, mentre mini-posters  e t-shirt  pubblicizzavano il nostro eroe.

 

Arcane coincidenze, fatti che si ripetono, diversi elementi che si intrecciano,  il collante della musica, il disegno e il logo del gruppo, nuovi media, informatica e telematica hanno costituito il puzzle di un racconto che sembrava destino scrivere. Un percorso articolato dalla rete alla carta. Ora Lupus Giampi è nelle librerie, ma… dove sarà mai quel “bassista” ispiratore?