Ero seduto in un locale del centro storico della mia città con un amico quando su un quotidiano locale lessi la terribile notizia: “Nairobi. Precipitato un aereo in Tanzania. Morti quattro turisti italiani, due veneti e due altoatesini di Bolzano. Sopravvissuto il pilota. La notizia è stata confermata dalla Farnesina”. Seguitai a leggere l’incredibile notizia e scoprii che tra le vittime vi era il nome di Franco Tamiazzo. La notizia dell’incidente avvenuto l’8 novembre del 2008 fu riportata anche su vari quotidiani e media nazionali. No! Non potevo crederci! Avevo visto Franco per l’ultima volta forse tre o quattro settimane prima della terribile sorte. Quel giorno lui era con sua moglie, ci eravamo incontrati e salutati sulla ciclabile, lungo il fiume Isarco, all’altezza dello stadio sportivo Druso.
Conoscevo Franco dall’età dell’ adolescenza o poco più, era un buon calciatore e un buon batterista e, assieme a suo fratello Elio, a metà degli anni ’60, aveva formato un gruppo beat denominato “Navajos”. La sala musica dell’oratorio Don Bosco era la sede in cui il gruppo si esercitava. Anche io, come molti altri giovani di quel magico periodo storico, ero attratto da quella musica, che stava rivoluzionando il mondo intero. Il gruppo dei Navajos eseguiva con precisione delle cover dei maggiori successi del momento, tra cui il classico brano “Good Vibration” del mitico gruppo americano dei Beach Boys. Il complesso musicale dei Navajos, così all’epoca venivano chiamate le bands, era dotato di notevoli qualità, che gli permisero di essere premiato in diversi concorsi musicali. Il fratello Elio, il vero motore del gruppo, era un ottimo tastierista ed era anche compagno di classe di mio fratello Giorgio, dal quale io venivo a conoscenza del programma delle esibizioni del suo gruppo. Anch’io frequentavo la famosa sala musica della parrocchia grazie a Don Luigi, il prete factotum che si occupava dell’oratorio, del campetto da calcio, della gestione della sala musica e dei giovani che frequentavano la parrocchia di Don Bosco. Fu così che iniziai a conoscere il batterista Franco e dopo qualche anno suonammo insieme con suo fratello Elio e il chitarrista Cesco Tono nello stesso gruppo. Ci esibimmo in diverse occasioni, tra cui alcuni veglioni di Capodanno e altri eventi musicali come alcuni meeting di tuffi (subito dopo l’epoca di Klaus Di Biasi e Giorgio Cagnotto) e le classiche manifestazioni del “Primo Maggio” o feste dell’Unità. Dopo quel periodo, Franco, avendo terminato gli studi superiori, si trasferì prima a Ferrara e poi a Verona per laurearsi in medicina, diventando in seguito un noto medico dentista nella città di Bolzano. Fu per questo motivo che mi capitava di rivedere Franco in rare occasioni, anche perché lui nel frattempo si era sposato e quindi dedicava il suo tempo prevalentemente alla famiglia e all’altra sua grande passione: la videoripresa. Franco era diventato un ottimo video-maker documentarista. Aveva al suo attivo numerosi reportages che erano stati spesso trasmessi in tv, anche nazionali, come per esempio il programma della nota giornalista Licia Colò «Alle falde del Kilimangiaro» su RaiTre. Sì, proprio quel Kilimangiaro che purtroppo avrebbe in seguito segnato la sua vita. La sua passione era tale che aveva anche allestito nella propria abitazione uno studio per realizzare a livello professionale i suoi numerosi reportages, ottenendo importanti premi e riconoscimenti.
Franco era molto conosciuto a Bolzano non solo come dentista, ma anche perché era impegnato in molti progetti umanitari. Dopo avere ricoperto numerose cariche associative in seno all’ANDI, (Associazione Nazionale Dentisti Italiani), da anni rappresentava con passione ed entusiasmo la Provincia Autonoma di Bolzano nel Consiglio di presidenza. Proprio per valorizzare la sua esperienza in ambito volontaristico, faceva anche parte del Collegio dei revisori dei conti della fondazione Andi Onlus. Franco Tamiazzo rappresentava nella sua completezza la cosiddetta “Nuova ANDI”, fondata su valori e principi che gli erano propri. Nell’ultimo periodo si stava particolarmente prodigando per sostenere importanti istanze della professione e gli ultimi contatti con la fondazione risalivano proprio a pochi giorni prima della sua tragica scomparsa. I suoi frequenti viaggi in Africa e in India (negli anni 2004/2005/2006) erano prevalentemente per scopi umanitari, ma questa volta, quest’ultima volta, era andato in Kenia per due precisi motivi: festeggiare per una settimana con i suoi collaboratori i 25 anni di attività del suo studio dentistico ed inoltre verificare lo stato dei lavori della scuola e dell’ambulatorio che, assieme ad un gruppo di medici volontari, aveva realizzato nella zona Maasai. Alla tragica vacanza parteciparono anche Stefania, la moglie di Franco, l’altro collega medico Claudio con la compagna Paola e altre due coppie, ovvero le due assistenti con i rispettivi mariti. La terribile notizia sconvolse l’intera città e ancor di più chiunque avesse conosciuto personalmente Franco.
Dopo pochi mesi dal tragico incidente, incontrai l’amico e musicista Fabrizio e casualmente iniziammo a parlare della scomparsa di Franco. Gli dissi che ero molto dispiaciuto per la tragica sorte di Franco e poiché lo avevo visto e incontrato poche settimane prima del fatale incidente, gli dissi che mi sembrava ancora impossibile che non ci fosse più. Fabrizio mi guardò fisso, rimase incerto e subito si rese conto che io non sapevo bene come fossero andati realmente i fatti di quell’ incredibile e drammatico incidente. Esitò un po’, alzò lentamente le sopracciglia e, mentre l’espressione del viso assumeva un tono malinconico, mi disse: “Sai”,- continuò dopo una breve pausa alternata ad un respiro sospeso – “su quel piccolo aereo avrei potuto salire anch’io. Il velivolo, un Cessna 206, era dotato di 6 posti: uno per il pilota e cinque per i passeggeri. Dunque c’era posto per due coppie e rimaneva un posto libero. Mi era stato offerto di salire con loro, ma mi dispiaceva lasciare mia moglie ad aspettare da sola e quindi ho preferito stare con lei, anche per organizzarci meglio e poter sbrigare alcune faccende prima della partenza con il volo di linea.” –
Completamente allibito ed esterrefatto dalle sue parole, gli chiesi di spiegarmi meglio come e cosa fosse veramente accaduto quella tragica mattina dell’8 novembre del 2008. Allora Fabrizio iniziò a raccontare.- ”Avevamo trascorso un periodo tranquillo: avevamo fatto una intensa settimana di vacanza, con safari e lunghe passeggiate nella savana, visitato i villaggi Maasai, scattato foto e videoripreso scene memorabili, insomma una vacanza molto interessante e piena di emozioni. La sera del giorno 7 novembre, ci ritrovammo in una sala soggiorno del noto Resort dove eravamo alloggiati per pianificare i preparativi dell’ultimo giorno di permanenza. Parlammo di come organizzare quel giorno e decidemmo che ci saremmo alzati presto per sfruttare al meglio tutte le ore disponibili prima del rientro e poi, nella tarda mattinata del giorno 8, potevamo tornare a Nairobi per visitare ancora alcuni luoghi che ci eravamo prefissati. Il volo per l’Italia era previsto all’aeroporto Jomo Kluatta di Nairobi per le ore una (01.00) di notte del 9 novembre. La mattina del giorno 8 novembre si presentò come una bella giornata, così con una Jeep decidemmo di fare un’ ultima escursione nella zona. L’escursione durò un paio d’ore. Rientrati al campo per la colazione con un po’ di anticipo, ci sedemmo sui divani e sulle comode poltrone della terrazza esterna per far passare un po’ di tempo. Iniziammo a chiacchierare, poco dopo ci alzammo in piedi e Claudio si appoggiò alla staccionata che delimitava l’intera terrazza. All’improvviso un urlo interruppe la piacevole conversazione. La staccionata cui si era appoggiato Claudio crollò. Claudio cadde all’indietro da un’altezza di circa un metro e mezzo. I riflessi pronti gli permisero di attutire il colpo, tanto che Claudio riportò solo qualche piccola escoriazione. Per fortuna nulla di particolarmente grave. Claudio aveva subìto qualche piccolo taglio ad una mano, una piccola botta e delle lacerazioni ai vestiti. Subito alcuni dipendenti del centro turistico accorsero e fornirono una pronta medicazione con disinfettanti, cerotti ed una pomata antinfiammatoria. Un addetto al servizio di sorveglianza del Resort andò subito ad informare Luca, il titolare e responsabile del rinomato Centro Turistico. Luca alloggiava ad un paio di chilometri dal Centro. Dopo circa un quarto d’ora, Luca arrivò sul posto. Spaventato, amareggiato ed estremamente dispiaciuto del grave imprevisto, Luca chiese come fosse successo e, non sapendo come porre rimedio, chiese ripetutamente scusa per lo spiacevole incidente. Claudio, nonostante tutto, rimase di buon umore minimizzando il seccante incidente e tutto si risolse tranquillamente. Luca era un italiano che conoscevamo molto bene, una persona gentile e responsabile di cui ci si poteva fidare.
“Bene,” - aggiunse il padrone del Centro – “visto che il meteo è favorevole e che avete ancora del tempo a disposizione, se volete, vi propongo una escursione in aereo per sorvolare la zona del Kilimangiaro. Vi va l’idea? Il Cessna 206 ha appena fatto il pieno di benzina ed è pronto per un volo.” - Il piccolo aereo Cessna 206 era proprio lì, al vicino campo di atterraggio che era gestito personalmente proprio dal signor Luca. Era un aereo che conoscevamo molto bene e sul quale, il giorno precedente, avevo fatto un giro con Martin, un esperto pilota keniano dell’età di circa 40 anni. Claudio accettò immediatamente e con lui anche Paola. L’aeroplano aveva appunto cinque posti disponibili, oltre la postazione del pilota. Anche Franco, innamorato della sua Africa, si unì a loro con la moglie Stefania. Rimaneva libero ancora un posto. Mi era stato offerto di salire anch’io.” “Io” – racconta ancora Fabrizio con tono decisamente emozionato – “decisi di rimanere a terra per sbrigare ancora alcune cose con mia moglie. I quattro partirono ed andarono nel vicino campo volo per la loro ultima escursione. Il piccolo aereo partì dalle colline di Chyulu alle ore 09:30. Alzai la testa e per l’ultima volta lo vidi volare sopra la nostra postazione, in direzione del Kilimangiaro. Poco dopo, le condizioni atmosferiche cambiarono rapidamente, qualcosa di insolito stava per accadere. Dopo un po’ di tempo, io, mia moglie e l’altra coppia caricammo borse e valigie e con una jeep andammo anche noi al campo volo ad aspettare che i nostri quattro amici tornassero. Tutti insieme, un po’ più tardi, avremmo preso un aereo un po’ più grande, un Cessna Caravan, di 10 posti che ci avrebbe portato tutti a Nairobi.
Dopo circa mezz’ora, non avendo ancora nessuna notizia del volo, il signor Luca iniziò a preoccuparsi e cominciò a chiamare ripetutamente il Cessna 206, ma… nessuna risposta. Dopo altri minuti di attesa, preoccupato della mancanza di ogni segnale radio, il signor Luca provò a mettersi in contatto con il pilota anche con un’apparecchiatura radio più potente. Ma ancora nessun segnale. Luca diede subito l’allarme e le ricerche partirono immediatamente. Alcuni elicotteri inziarono a sorvolare la zona in cui si era diretto il Cessna206. Un silenzio assordante stava assalendo le nostre menti. Noi quattro ci guardammo ripetutamente negli occhi l’un l’altro, intuendo che molto probabilmente era accaduto qualcosa di grave. La tensione era altissima, ma la speranza e il forte desiderio che fosse accaduta una semplice avaria alle apparecchiature di trasmissione rimanevano ancora vivi nei nostri cuori. Nel frattempo Luca ci invitò a trasferirci all’aeroporto di Nairobi per attendere lì, nella capitale keniota, gli esiti della ricerca che lui stesso avrebbe provveduto a comunicarci. Passò ancora del tempo. Un tempo che apparve interminabile e crudele, quando improvvisamente suonò il mio cellulare. Mi stava chiamando Luca.” – Mentre Fabrizio prosegue a raccontarmi, io mi accorgo che una lacrima gli stava lentamente scendendo lungo il viso. – “Chiusi per un istante gli occhi” – continua Fabrizio – “e, mentre una terribile ansia assaliva la mia mente, aprii la comunicazione e ascoltai.- Pronto, Fabrizio? - Sì, dimmi, dimmi tutto, Luca.- Hanno individuato l’aereo: è successo un incidente, un atroce incidente, l’aereo è precipitato sulla montagna e i passeggeri sono tutti morti tranne il pilota, che è in gravissime condizioni. La notizia è stata confermata dalle autorità di polizia locale.” Nooo! urlai ripetutamente… Nooo… non è possibile! il mio grido di dolore fece immediatamente intuire agli altri, accanto a me, la gravità dell’accaduto. L’aereo si era schiantato a 4300 metri d’altezza sulle rocce della vetta di Mawenzi, tra le due cime del Kilimangiaro, la montagna più alta d’Africa”.
Il racconto dettagliato di Fabrizio mi lasciò stupefatto. L’incredibile epilogo di questa vicenda mi ha posto per lungo tempo una serie di inquietanti riflessioni. Possiamo cambiare il nostro destino? Il destino assegnato ad una persona è evitabile? Qualcuno sostiene che il destino non sia mai assegnato, ma che tutto dipenda sempre da noi. Sarà vero? Eppure in questa strana vicenda qualcosa di inspiegabile esiste. Se quella staccionata non fosse crollata, il signor Luca non avrebbe proposto di fare quel fatale volo con il piccolo Cessna 206, oppure… se nella caduta il medico Claudio si fosse fatto più male (si fosse per esempio rotto un braccio), allora non avrebbe sicuramente accettato il volo perché non sarebbe stato nelle condizioni di farlo, oppure… quel piccolo aereo lo avrebbe portato all’ospedale. Quindi Claudio si era fatto poco male perché poi doveva andare a morire con il collega e amico Franco? Ecco questo è il mistero che avvolge tutti gli esseri umani. Questo è l’arcano a cui nessuno è in grado di dare una spiegazione razionale.
Una sorte incredibile ed una attrazione fatale per quell’Africa che Franco aveva tanto documentato, studiato e poi amato aveva segnato il suo tragico destino. Le strane coincidenze nella vita di ogni essere umano, i perché delle scelte o delle rinunce, le inspiegabili e non ponderabili attrazioni per quella affascinante e misteriosa terra furono per l’amico Franco il traguardo finale della sua vita, segnata da una staccionata maledetta.